La nostra storia
Per parlare in brevi tratti della Vaiana,
nucleo originario e storico della Contrada,
e dei luoghi ad essa vicini, occorre innanzi
tutto partire da una “base”, e pensiamo essa
sia facilmente identificabile nella
penetrazione romana in Versilia,
accuratamente e con competenza “fissata” in
scritti e saggi vari anche da Lopes Pegna e
da altri studiosi precedentemente e dopo i
di lui sforzi letterari e storici.
Gia nel 1° Sec. a.C. possiamo annotare
reperti archeologici riguardanti
stanziamenti stabili in Versilia; prima, nel
193 a.C. si ebbe l’inizio del conflitto tra
Roma ed i Liguri-Apuani: lotta accanita e
senza tentennamenti di sorta, infine i
Romani con quattro legioni sottomisero le
forti tribù che con tanta intensità si erano
difese dalle milizie comandate dai consoli
Marco Bebio Tanfilo e Publio Cornelio Cetego.
Uomini, donne e fanciulli furono trasportati
nel Sannio e da quel tempo in Versilia si
ebbe una apertura ai coloni romani
provenienti particolarmente da Luni e da
Lucca; con il passare degli anni si notò un
certo interesse nello sfruttare miniere di
ferro e piombo argentifero. Comunque la
penetrazione romana ebbe press’a poco come
punti di riferimento Querceta, Vaiana,
Bucine e Gli Ortacci.
Il nucleo originario della Contrada (La
Vaiana), unito a
Querceta attraverso “le
Mordure”, si sviluppò ai lati della strada
che gli studiosi considerano uno dei "segni"
più indicativi della "centuriazione" Romana
rilevata sul territorio di Querceta.
In certi scritti sulla Località Pisanica,
sul Monastero di S. Salvatore e sul fiume
“Vesidia” quale confine tra Luni e Lucca, si
legge tra l’altro che “dicesi Pisanica ad
una parte della pianura, posta alla destra
del Fiumetto, al di sotto della via Regia;
la quale pianura, tra questa sponda destra e
la sinistra del Vesidia, da poi che fu
voltato ad occidente, è bagnata dalle
scaturigini delle Polle di Vaiana
(… a
pullulandum vadum, dell’acque basse o di
guado, ivi sorgenti dal terreno)”,
nome che si trova menzionato in un
documento dell’ Archivio Vescovile
di Lucca dell’anno 794.
In tale documento risulta che Ellarù vende
ad Oralio Cherìco, per 8 soldi d’oro, un
pezzo di terra – in loco qui dicitur Vaiano
-; non avendo però la certezza di potere
applicare al terreno di queste Polle la
sufferita espressione, quanta ne abbiamo
nello assicurare che, rimontando a 500 e più
anni indietro all’epoca nostra, Vaiano
indicavaci allora un’ubicazione di terre
atte a produr frumento e a piantar Gelsi.
L’acque di queste Polle divergenti qua e là,
trovando intoppi al retto scorrere, hanno
formato il così detto Tonfalo, che quasi
stagno può dirsi (il quale si getta in mare
tra Motrone ed il Forte dei Marmi), non che
Fossi ed impaludamenti, le cui esalazioni
fetenti, recate dai venti sopra la Terra, ne
resero l’aere micidialissimo. Noi sappiamo
che, nel 1580, era su queste acque un ponte
di legno, mantenuto dalla Comunità di
Seravezza, detto il “Ponte di Vaiana”.
Il mare in quel tempo donava generosamente
terreno alla Versilia, ritirandosi infatti
esso ne lasciava ogni anno circa due metri,
tuttavia stagni e paludi ostacolavano non
poco la discesa verso la costa della gente;
nella località Ponte di Tavole erano stati
piantati alberi in modo da trattenere i
venti marini ed attenuare i pericoli delle
acque stagnanti. Comunque la macchia, con il
passare del tempo, fu in gran parte
abbattuta e ad un beneficio economico dei
luoghi – a causa del ricavo ottenuto della
vendita del legname – si ebbe un aumento di
timore da parte della popolazione dei luoghi
versiliesi per la malaria.
In un inventario del Forte di Motrone (1535)
si legge che in quell’anno esistevano presso
i suoi magazzini cinque masti grossi, una
bombarda, due mortai, quarantanove spingarde
ed altro materiale, che apparteneva al
“Corpo Speciale della Costa”, una specie di
milizia formata da abitanti del Capitano di
Pietrasanta, dai 18 ai 60 anni, esclusi i
preti ed i laureati; queste guardie
percorrevano a cavallo il litorale da
Motrone al Cinquale al fine di segnalare
all’orizzonte navi sospette di corsari.
Il 18 maggio 1515 il popolo di Seravezza e
di tutti i Comunelli vicini scese in piazza
al fine di proclamare la donazione dei
propri giacimenti di marmo ai Granduchi
Medici di Firenze e quindi alla famiglia di
Papa Leone X: fu il primo passo, in breve,
non solo per l’apertura di agri marmiferi,
ma anche per la successiva effettuazione di
una strada che dalla montagna andasse sulla
costa e – a distanza di tempo – per la
nascita di Forte dei Marmi.
Venne Michelangelo Buonarrotti, esimio
artista, indi furono tra l’altro iniziati i
lavori per una strada che doveva portare i
marmi dalle Apuane al “caricatoio” sulla
costa e vennero stanziati 200 scudi; furono
cercati buoi e carri, uomini validi, si
tagliarono alberi di alto fusto per fare un
argine al lato della strada. Il lavoro fu
faticoso e difficile poiché il terreno era
acquitrinoso ed erano necessari dei barconi
allorché le acque della palude si
confondevano con il mare. Quarantasei anni
dopo l’inizio dei lavori della strada nuova,
Michelangelo Buonarrotti muore.
Fu verso il 1550/1565 che il Governo
Mediceo, dette il benestare per la
deviazione del corso delle acque del fiume
Versilia verso quella che allora era la
vasta e misteriosa palude di Porta.
Accogliendo le suppliche del popolo
Pietrasantese, costantemente minacciato
dalle piene del Versilia, si decide di dare
inizio alla realizzazione di un “Fosso
Scaricatore” delle acque di piena nel Lago
di Porta. I terreni nella Querceta vengono
così tagliati per aprirvi il nuovo alveo
che, a più riprese, sarà allargato e
incassato affinché il danno tolto alla parte
bassa di Pietrasanta non si ripeta sui campi
di Ponte di Tavole.
Il fiume, non più fluente nel suo alveo
naturale verso lo sbocco di Motrone, veniva
così ad attraversare il territorio che oggi
è buona parte della Contrada, e tagliava, a
circa 1500 m. dalla spiaggia, il percorso
della strada tracciata da Michelangelo
Buonarroti, Monte Altissimo- Magazzeno.
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Si rendeva necessaria, a più o meno lunga
scadenza, la costruzione di un ponte sul
fiume per permettere il passaggio sulla “Via
dè Marmi” dovuta a Michelangelo. Il primo, o
primi ponti, furono indubbiamente costruiti
con travi e tavole di legno, donde il
toponimo “Ponte di Tavole” che ancor oggi
designa questa località e la Contrada IL
PONTE.
Quindi, che l’atto di nascita della Contrada
“Il Ponte” sia stato deciso all’incirca 450
anni fa dal primo Granduca di Toscana,
Cosimo, non è sicuramente un’affermazione
azzardata. |
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Il Ponte di Vaiana, o Ponte di Tavole, è
dunque un anello di congiunzione tra la
montagna e la costa ove erano caricati i
marmi; nel 1637 Ferdinando II ordinò “che
sia fatta accomodare la strada detta
Carrareccia per poter comodamente
trasportare alla Marina delle Cave di
Seravezza i marmi destinati a coprire la
facciata della Chiesa S. Maria del Fiore in
Firenze”.
In loc.tà Ponte di Tavole possiamo vedere,
murata su una vecchia casa, una lapide che
il Santini così traduse: “Laboratorio di
strumenti pacifici di ferro, la fornace di
Riomagno ne ha vinto altre sette dopo
l’Epatta del 1607”, sono espressioni poco
chiare delle quali si può ricavare soltanto
che il marmo doveva far parte di un
architrave della Ferriera della Magona di
Riomagno di Seravezza; testimonianza questa
anche della discreta attività lavorativa che
v’era già in quel tempo nell’alta Versilia.
Successivamente, con ripetuti interventi di
illustri ingegneri incaricati da Firenze, si
assistette alla definitiva deviazione dei
fiume in direzione di Porta e al
completamento della rete di fossi e sciali
per portare al mare le acque stagnanti e
causa di malaria.
E’ solo nel 1833 che con "le operazioni
dell'ingegner Giovanni Franchi", avendo il
governo Granducale di Ferdinando III
rialzato il livello stradale per facilitare
il transito dei veicoli, quel Ponte veniva
costruito “di solido materiale”, in muratura
“un po’ gobbo e un po’ sghembo”, atto a
resistere sia alla forza delle acque di
piena e sia alle sempre più frequenti e
robuste sollecitazioni dei carri che
portavano marmi e ferro al Caricatoio del "Magazzeno"
(Forte dei Marmi).
Il Ponte durava fino al settembre 1944, anno
al quale i guastatori del Generale Von
Vietinvlehoff, in lenta ritirata dinanzi
alle pattuglie del Generale Mark Clark, lo
fecero saltare con quattro cariche di
tritolo.
In definitiva il nostro Ponte, che aveva
sonnecchiato per qualche centinaia d’anni in
un clima di rustica quiete, entrava nella
Storia con un botto clamoroso, seguito dalle
secche sgranate di mitra che stenografarono
in quel tempo due diverse concezioni del
viver civile. Passata la tempesta, i nostri
solerti ingegneri lo rifecero, come era e
dov’era.
Il luogo d’avvio per un vero e proprio
insediamento della costa fu la Caranna, a
poca distanza dalle Polle di Vaiana.
Conosciuta è la storia che segue, comunque
ogni cosa, ogni nota di prima e del tempo
che porta ai nostri giorni, sia essa
relativa a Vaiana ed alla Caranna – ovvero
Forte dei Marmi, oppure ad altre località
versiliesi, è stata compiutamente fissata in
notevoli scritti dai vari Vincenzo Santini,
Lopes Pegna, Danilo Orlandi, Diamondo
Scalabrella, Giorgio Giannelli, Florio
Giannini ed altri studiosi di cose dei
nostri luoghi; scritti ai quali ci siamo
permessi di attingere con l’unico fine di
dare vigore all’interesse
storico-folkloristico della Versilia la
quale può ben definirsi “terra della
Primavera” per l’amenità del paesaggio e del
clima.
Il Ponte, è stato quindi preso a simbolo
della Contrada, nata nel 1956. La Contrada
però, recava originariamente nell’insegna
tre archi: gli altri due simboleggiavano,
tanto per non fare torto a nessuno, i due
ponticelli che affiancavano quello più
grande: uno a Nord, detto “la passerella di Vaiana” e l’altro e Sud, detto “da Michè”.
I lavori di messa in sicurezza del Fiume
Versilia, a seguito dell’Alluvione del 1996
che ha tragicamente segnato la Versilia,
hanno modificato nuovamente i simboli
caratterizzanti la nostra Contrada: la
“passerella di Vaiana” ed il “Ponte di
Tavole” sono stati demoliti e ricostruiti in
cemento armato ed acciaio, secondo le
moderne ed all’avanguardia tecniche
costruttive, ed il ponticello “da michè” è
stato smantellato.
Tratto da "Il Ponte 1975" - L.
Gierut